Oneness
"Invisible path"
di Sara D'Ascenzo
La musica inizia. Il suo rigore, riconoscibile in un panorama di suoni e rumori, suggerisce all'ascolto che siamo di fronte ad un prodotto complesso, stratificato come la selce, in cui è possibile leggere diverse lettere di un alfabeto di musica. È Invisibile Path, la traccia che dà il titolo all'ultimo lavoro di Oneness, un "percorso", più che una formazione musicale, iniziato nel '91 da Carlos da Costa Coelho, chitarra e anima del gruppo. La cifra di un'idea che ha cambiato pelle e volti molte volte, all'inseguimento di un suono e di un paesaggio propri, è prima di tutto la provenienza, geografica e musicale, degli strumentisti: il Brasile, l'Italia, l'India, gli Stati Uniti, così come il jazz, la classica, l'etnica. Come non riconoscere, per esempio, nel flauto di Sabrina Agosto, apparentemente lontano dai suoni italiani, un tocco di quella forza che muove in modo sotterraneo, il corso dei nostri fiumi? Come non pensare, che nelle corde della chitarra di Carlos, c'è tutta la saudade degli artisti brasiliani per il proprio paese? Accade così che un disco raffinato e studiato come Invisibile Path, non sia per fortuna immune dall'anima e dal corpo, da quel misto di vita che i prodotti più commerciali soffocano nel giro di note già sentito e troppo esposto.
Il paesaggio che si apre a chi ascolta per la prima volta questo lavoro e che si chiarisce, nell'esatto momento in cui la musica si prepara all'apertura, è quello ritratto dalla copertina, un prato che degrada sul mare bianco e nero dell'Irlanda. In mezzo, le pecore attendono al loro "abito", mentre quel tanto d'orizzonte permesso dalla foto, con la musica si allarga non visto. È questo il respiro del mondo, ciò che permette all'uomo di vedere e sentire, senza bisogno d'altri filtri se non, in lontananza, un sottile gioco di percussioni. Non a caso sono proprio gli strumenti, scelti in modo da creare ognuno la figura di un quadro, a disegnare la trama dell'oggetto musicale: "Alcuni di loro _ dice Coelho _ erano liberi di non seguire la partitura, altri erano costretti. La struttura ritmica (contrabbasso, vibrafono, percussioni) aveva maggiore libertà rispetto alla struttura cameristica. La musica è stata composta per essere eseguita in tre (chitarra, flauto, violoncello), in quattro, o in più, a seconda della situazione musicale che si desidera creare, del posto in cui ci si esibisce. Le percussioni sono realizzate dal tabla di Arup Kanti Das: nel nostro caso qualsiasi altro strumento avrebbe invaso, questo invece è entrato perfettamente nella tessitura musicale. Il contrabbasso invece fa da collegamento con gli altri strumenti". E se si pensa che è proprio al contrabbasso che è affidata la parte dell'improvvisazione nel disco, l'anima jazz, sembra comporsi un quadro inedito e molto particolare, con un ordito classico, una trama etnica, ed un telaio afroamericano. Nel disco ad ogni strumento è affidato un colore, l'espressione di uno stato d'animo, di un senso di gravità o di leggerezza dell'esistenza. E il filo dell'idea passa da uno strumento all'altro, in un continuo scambio di ruoli.
E nel fluire delle note, le diverse anime si incontrano, sotto il suono vigile del flauto che, ad ogni brano, sembra custodire la memoria del suono, il segreto dell'idea che ha mosso tutta la melodia.
Un disco senza etichette, che le riassume e le supera tutte: jazz, classica, musica etnica. Ma certo un lavoro che dai concerti e dall'incontro con altri ascolti, trarrà il suo respiro e la sua energia più viva. E donerà il soffio inequivoco dei suoni.