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 Gregorio Bardini con il
suo flauto. Il musicista meranese ha inciso due dischi per l'
etichetta Arx Collana
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Bardini, un flautista meranese nella terra dei
bardi Due dischi tra folk celtico e contemporanea per il
compositore che ama anche jazz e classica UN PERSONAGGIO DA
SCOPRIRE
di Daniele Barina
BOLZANO. Due dischi
diversi tra loro, uno profondamente legato alla tradizione celtica e
l'altro ispirato a più moderne atmosfere, sono il risultato della
nuova incursione dell'etichetta milanese Arx Collana in terra
atesina. Dopo aver prodotto e realizzato l'album del bolzanino Mauro
Franceschi, la casa discografica pubblica ora due lavori di Gregorio
Bardini, residente in area meranese, compositore e flautista
traverso, capace di utilizzare anche percussioni e supporti
elettronici, studi ai Conservatori di Mantova e Parma. In "Ballate
arcadiche", il flautista s'è lasciato trasportare nella terra dei
bardi da Davide Bortolai, voce, chitarra e buzuki, con l'aiuto
ulteriore di Giuseppe Santini, diplomatosi in chitarra al Monteverdi
di Bolzano ma ormai di stanza nel bergamasco, per una sorta di
esegetica risalita alle fonti della musica da cui presero avvio la
fortunata stagione del folk britannico e la carriera di qualche buon
songwriter di casa nostra. Mentre nelle feste di paese al di là e al
di qua della Manica impazzano le commistioni tra folklore e stili
più recenti, l'approccio rigoroso del trio alla materia tradizionale
non ne vanifica la natura allegra e sociale, aprendo bensì uno
squarcio sentimentale e culturale più profondo, anche in virtù delle
esaurienti note di copertina, utili a inquadrare storicamente ogni
ballata e recanti i testi con traduzione a fronte. Dal Medioevo ai
giorni nostri, dalla musica classica alla popolare, i ponti
culturali sembrano spesso più solidi di quelli proposti dalla
migliore ingegneria attuale, tali da fare apparire come verosimile
persino la storia leggendaria del contest, la sfida musicale che qui
si narra sia intercorsa tra il compositore toscano settecentesco
Francesco Geminiani e l'ultimo grande bardo irlandese Turlough
O'Carolan, risoltasi per la cronaca a favore di
quest'ultimo. Meno uniforme e a suo modo più bizzarro, risulta
invece il lavoro solista di Bardini, intitolato "Arx" e composto
sulle rive del Po in quel di Revere: aprendosi con una sorta di
danza macabra a colpi di bodhran, con un'insistente dimostrazione
filosofica recitata in latino e dedicata a Pico della Mirandola, il
disco vira presto verso composizioni in stile contemporaneo, quasi
dance nel caso di "Cerchio cabirico", oppure abbraccia suggestioni
etniche di marca armena come accade ne "Il campo dei merli". Pur nel
prevalere della strumentazione acustica su quella elettronica, nel
trasparire della sua passione per Erik Satie e, forse, per Djivan
Gasparyan, Bardini mescola le carte in modo da rapire sempre
l'ascoltatore con originalità, evocando immagini e puntellandole,
non pago, con gli aforismi caustici di Gomez Davila che accompagnano
i titoli dei brani nel libretto. Niente male, dunque, per uno che
di mestiere suona come solista e in formazioni da camera, anche se
la sua laurea in Filologia ugro-finnica e i corsi frequentati con
Trovesi a Siena Jazz e con Mayr a Firenze per quanto concerne la
musica ambientale, ne hanno fatto in un migrante a tutti gli
effetti.
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